Bonehead: “Io e gli Oasis”

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Paul ‘Bonehead’ Arthurs, membro fondatore e chitarrista ritmico degli Oasis dal 1991 al 1999, lasciò la band in maniera clamorosa durante le registrazioni del quarto album ‘Standing on the Shoulder of Giants’ con un breve comunicato stampa. Sono in tanti ad attribuirgli un ruolo fondamentale nel primo periodo della carriera del gruppo, quello – artisticamente parlando – più ricco. Il suo inconfondibile sound e un appeal unico erano infatti le caratteristiche portanti di dischi epocali come ‘Definitely maybe’, ‘What’s the story morning glory’ e ‘Be here now’. Quelle stesse caratteristiche che poi sarebbero mancate, purtroppo, nei lavori successivi dei fratelli Gallagher. Abbiamo incontrato Bonehead in occasione di un dj set a Spoltore (Pe).

Partiamo dai tuoi esordi: com’era la scena musicale di Manchester quando decidesti di formare i The Rain?
Era un ottimo momento: c’erano band come Stone Roses ed Happy Mondays. Si suonava molto nei locali, c’era una bellissima atmosfera in giro.

Quando nella band arrivò Liam Gallagher in sostituzione del vostro cantante Chris Hutton, nacquero praticamente gli Oasis. Fu infatti proprio lui a cambiare il nome del gruppo.
Chris non era poi così bravo. Qualcuno ci disse che Liam voleva cantare e noi ci dicemmo: “Perché non provare a vedere come va?”. Dunque lo chiamammo.

Quando e come fece il suo ingresso negli Oasis Noel?
Facemmo un concerto a Manchester e Noel lavorava con gli Inspiral Carpets. Qualcuno gli disse che suo fratello faceva parte di una nuova band e così lui ci venne a vedere. Gli piacque il sound. Sapevamo che suonava la chitarra, ci presentò canzoni quali ‘Live forever’ e ‘All around the world’, rimanemmo a bocca aperta e lo prendemmo con noi.

‘Definitely Maybe’, primo straordinario album degli Oasis, fu un vero shock per il mondo musicale di quel periodo: quando hai percepito la sensazione che stavate diventando la band più popolare al mondo e perché secondo te quel disco era così speciale?
Nessuno di noi all’epoca poteva immaginare come sarebbero andate le cose. Sapevamo di aver fatto un buon disco, avevamo capito che avremmo potuto raggiungere il successo, ma non avremmo mai giurato che sarebbe stato di tale entità. Fu uno shock per tutti. Perché era così speciale? Forse perché eravamo cinque persone comuni venute dalla strada che arrivavano da background normali. Eravamo molto amici, e penso che questo si sentisse nella nostra musica: ci credevamo, eravamo passionali. Se risentite le nostre vecchie interviste, noterete che si avvertiva questa passionalità.

‘What’s the story morning glory’ consacrò gli Oasis a livello mondiale: come nacque?
C’erano degli alti e bassi, ma era veramente un buon disco. Fu inciso con maggiore consapevolezza rispetto al precedente lavoro. A qualcuno non piacque, ma noi ci credevamo. Vendette milioni di copie, inciderlo fu molto divertente e anche rilassante.

‘Be here now’ era un altro buon lavoro, ma la critica non lo apprezzò molto: perché secondo te ebbe stroncature da più parti?
Credo che dipese dal fatto che i due dischi precedenti avevano avuto tanto successo e tutto il mondo nutriva aspettative altissime nei nostri confronti. Molti avrebbero voluto un proseguimento del percorso tracciato in quei due album, e invece noi virammo verso un’altra direzionem trovando uno stile differente.

‘Cast no shadow’ e ‘All around the world’ sono due delle più belle canzoni dell’intera carriera degli Oasis. Cosa puoi dirci al riguardo?
Amo molto ‘Cast no shadow’. Quando la incidemmo non suonai la chitarra, ma le tastiere, e curai gli archi. ‘All around the world’ è una canzone molto speciale perché ce la fece sentire Noel quando si presentò a noi, cioè molto prima di avere un’etichetta discografica e, dunque, di incidere qualcosa. La nostra reazione fu espressa da un ‘wow’ collettivo. Volevamo inserirla su ‘Definitely maybe’, ma Noel si oppose perché disse che l’avremmo pubblicata solo quando avessimo avuto sufficiente denaro per inciderla con un’orchestra. Aspettammo molto tempo prima di farla uscire”.

Le copertine dei vostri primi tre dischi sono suggestive. Ci parli, in particolare, di quella del primo album?
Le session fotografiche furono realizzate a casa mia. Ora non vivo più lì, ma quando mi sono trasferito ho portato con me il caminetto, le finestre e altro, e nella mia casa attuale ho in un certo senso ricreato quella stessa atmosfera. Ogni giorno, quando mi sveglio, ripenso a quando realizzammo la copertina.

Molti fans, ancora oggi, si chiedono perché lasciasti gli Oasis: qual è stato il motivo?
Ho lasciato perché dopo 10 anni avevamo raggiunto il top e per me era impossibile andare oltre quanto fatto fino ad allora. Credo che aver suonato a Knebworth di fronte a 250.000 persone sia stato il massimo. Ne parlai con la band e mi dissero che forse avevo ragione. Non mi sentii di andare avanti, avevo due bambini che volevo vedere crescere. Era il momento di fermarsi: non volevo continuare anche per evitare di non riuscire a mantenere quello standard.

Perché, secondo te, il tuo stile chitarristico è così personale e diverso da quello di ogni altro musicista?
Non so il perché. Ero influenzato dai Sex Pistols, ‘loud and rhythm guitar’. Non mi sento un chitarrista solista, ma un ritmico che ha il suo stile. Ho un sound molto personale.

Nel 2009 la tua nuova avventura musicale con i Vortex, che però è durata poco: come mai?
C’erano problemi nella band, ma siamo ancora buoni amici. Abbiamo fatto buone cose, concerti sold out in Inghilterra, registrato anche belle canzoni. Quando fai parte di un gruppo ci devi credere e gli altri non lo facevano, dunque è finita”.

Ora sei anche produttore…
Ho uno studio a Manchester e sto registrando un album con un mio amico. Dopo l’estate credo che faremo uscire qualcosa. Non saprei dirvi che sound avrà, ma sicuramente sarà diverso dagli Oasis. C’è il mio stile chitarristico, i testi sono arguti.

Foto di Matteo Gorilla – Si ringraziano il fans club italiano Wonderwall, Charlie Juke Berard dei Mucky Fingers e il Loft 128.

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